Quando hai fame a San Diego: speciale In-N-Out Burger

La parte che preferisco dei miei racconti di viaggio è ovviamente quella in cui parlo di cibo: non poteva perciò mancare un capitolo speciale dedicato al fast food più famoso della West Coast, la controparte californiana di Shake Shack: In-N-Out Burger, che con i suoi famosissimi vassoi pieni di hamburger, patatine fritte e milkshake sta spopolando su Instagram!

Nata nel 1948 a Irvine (non lontano dal Los Angeles), questa catena è probabilmente la più famosa della West Coast: in ogni suo locale si consuma l’esperienza antropologica riguardante cibo più gustosa a cui abbia mai partecipato! Conoscevo la fama dei suoi hamburger, e non me ne voglia la mia amata East Coast, ma In-N-Out si colloca ad un livello superiore rispetto a Shake Shack. La qualità dei prodotti si è mantenuta medio-alta, nonostante si tratti comunque di un fast food e quindi non sia esattamente un pasto sano. Vi posso garantire, però, che ogni alimento, benché si tratti di semplice e reclamizzato junk food, è curato con attenzione.

La scelta dei panini è veramente ristretta, e questo a mio parere concorre nel mantenere un buon livello di prodotti: a disposizione del consumatore infatti, oltre alle bibite, ci sono il classico hamburger, il cheeseburger e il meraviglioso Double Double, con doppia carne e doppio formaggio (non è difficile indovinare quale tra questi è finito nel mio stomaco). Completano l’offerta patatine fritte e milkshake, nei gusti vaniglia, cioccolato e fragola. In ogni panino non mancano insalata e pomodori, e a scelta anche cipolle cotte o crude. Dopo aver pagato vi sarà assegnato un numero e potrete rifornirvi di ketchup e tovagliolini mentre aspettate la vostra ambrosia moderna. Il pane è morbido, la carne ben cotta, le salse saporite al punto giusto, le patatine né troppo molli né troppo croccanti, il milkshake denso: un vero paradiso per chi vuole davvero assaggiare gli Stati Uniti!

Per me i punti a favore non finiscono qui: ogni locale è arredato nello stile tradizionale di un diner americano, con piastrelle chiare, scritte al neon, piccoli tavoli e sedie girevoli rosse e bianche. Sembra un po’ di stare in un episodio di Happy Days! Ulteriore punto a favore, per una squattrinata come me, è il prezzo: il panino più caro non costa più di due dollari, e volendo provare la combinazione panino-patatine-bibita-milkshake non si spendono più di 9 dollari. Garantisco che i panini non hanno dimensioni lillipuziane e uno solo, insieme alla patate fritte, può saziarvi e costituire un pasto! Ho poi scoperto due piccoli segreti: è possibile apportare alcune migliorie al proprio panino, ad esempio aggiungendo fino a 4 fette di carne. Il fondo di ogni bicchiere, poi, nasconde un messaggio: sono riportate citazioni bibliche, attraverso le lettere e i numeri che indicano nome e capitolo del libro a cui appartengono. Presterò più attenzione alla comunicazione la prossima volta che mi berrò un milkshake!

22.11.63, va in scena l’America dei sogni

Non piangevo per un libro dal 2003, anno di uscita di Harry Potter e l’Ordine della Fenice, da quando Sirius è morto e ha lasciato Harry da solo, in un mondo che stava diventando sempre più nero e freddo. Ci sono voluti quattordici anni e la penna di Stephen King per farmi versare di nuovo lacrime per un personaggio di carta: i fazzoletti degli ultimi due giorni sono tutti per Jake Epping, protagonista di 22.11.63.

Jake Epping è un insegnante di letteratura inglese di Lisbon Falls, Maine, che nel 2011 vive una vita insoddisfacente, culminata con il divorzio dalla moglie alcolista, che lo ha lasciato per un altro uomo. Il suo amico Al Templeton, proprietario di una tavola calda locale, gli confida di avere scoperto all’interno dello stabile un misterioso portale che conduce all’ottobre 1958: non importa quanto tempo si passa nel passato, perché nel presente passeranno sempre solo due minuti. Al confida le sue intenzioni all’amico: vuole impedire l’assassinio di Kennedy, ma deve lasciare tutti gli appunti riguardanti le sue ricerche a Jake, che dovrà condurre il gravoso compito per conto proprio, dato che Al è in punto di morte. Comincia così per il professore, che nel frattempo cambia nome in George Amberson, una nuova vita nel passato, fatta di momenti di rivalsa personale e di soddisfazioni, come l’incontro con Sadie, donna con cui intratterrà una profonda relazione, di nuove amicizie e nuove esperienze. Ma come andrà a finire il suo appuntamento con l’omicidio che ha sconvolto una famiglia, gli Stati Uniti e il mondo intero?

Ho scoperto questo romanzo per caso, poiché lo scorso anno Hulu ha prodotto un omonimo adattamento televisivo, e per la prima volta mi sono quindi avvicinata a Stephen King, di cui conoscevo la fama ma che avevo sempre snobbato in quanto l’horror non è tra i miei generi preferiti. A lui va ogni merito per avermi fatto di nuovo innamorare: Jake Epping è proprio il genere di persona che piace a me. Un tipo a cui la vita ha fatto andare storti i piani e che cerca di cavarsela meglio che può, ma che in fondo al cuore ha ancora qualche speranza; qualcuno che all’apparenza sembra un bravo ragazzo, e lo è, ma che come tutti ha i suoi difetti e i suoi punti deboli. Un uomo che si prende cura della propria donna e che le insegna come cavarsela nel mondo, condividendo con lei le emozioni più belle della vita, anche se per Jake stesso si tratta di esperienze già vissute. Un uomo che purtroppo a volte deve anteporre doveri più gravosi e importanti ai desideri del proprio cuore. 22.11.63 è il romanzo perfetto per chi come me è eccessivamente nostalgico: Jake si trova più a suo agio nel passato che nel presente, nella dolce America di inizio anni Sessanta, in un minuscolo paese dove finalmente riesce ad assaporare la gentilezza degli statunitensi. Un luogo dove con pochi dollari si consuma un delizioso pasto al diner cittadino, dove é possibile essere ballerini talentuosi e dove il senso del pudore é ancora esageratamente alto. Quel luogo dove paradossalmente riesce a ritrovare se stesso, ma dove deve anche fare i conti con un passato che non vuole essere cambiato.

Casa è guardare la luna che sorge sul deserto e avere qualcuno da chiamare alla finestra, a guardarla insieme con te. Casa è dove puoi ballare con qualcuno, e la danza è vita

Nonostante la sua mole, ho terminato la lettura in una decina di giorni: la penna di King mi ha catturato, sono entrata anche io in un mondo parallelo, desiderosa di conoscere gli sviluppi nella missione del protagonista, assaporando con lui un dolce fatto in casa, ballando con Jake al ritmo della musica anni Cinquanta, sentendo tutto il suo dolore per le continue perdite nella sua vita, piangendo disperata (ecco, questo è probabilmente l’unico tratto che non condividiamo) durante le emozionanti pagine finali. Non posso svelarvi la conclusione, ma sono certa che se intraprenderete questo percorso la reazione sarà la medesima. La vera perla del romanzo per me è l’immaginario dialogo del protagonista con Kennedy: sono certa che se il presidente avesse potuto parlare lo avrebbe fatto proprio come in questo libro, con la sua sincera gentilezza. Sono anche certa che avrebbe potuto avvertire il dolore del protagonista, come l’ho sentito io sulla mia pelle.

Weekend a Los Angeles: blockbuster o flop?

Avevo deciso di passare il mio primo weekend statunitense in totale tranquillità, magari spaparanzata su una spiaggia a leggere il mio bel libro (che ho quasi finito, spero di pubblicare presto la recensione!), invece le ragazze che ho conosciuto qui mi hanno convinto a seguirle a Los Angeles. Allettata dalla proposta di trascorrere due giorni nella terra dove i sogni prendono vita, non ho potuto che accettare! Sarò il più sincera possibile: questa città mi ha purtroppo lasciato un po’ di amaro in bocca.

Il Griffith Observatory è il punto migliore per ammirare la scritta più famosa al mondo

Le persone con cui ho parlato dopo essere tornata dal mio breve viaggio mi hanno riferito che questa delusione accomuna un po’ tutti: i turisti si aspettano una città scintillante e attraente, proprio come quella che si vede nei numerosi film girati qui, e ovviamente lo scontro con la realtà è ben diverso (e anche un po’ sgradevole per i miei gusti). Il mio veloce tour per la città è iniziato da Venice Beach, essenzialmente una passeggiata tra chioschi che vendono corn dog, negozi di souvenir un po’ trasandati e barboni, per poi continuare a Beverly Hills, probabilmente uno dei quartieri più noti e più ricchi della città, dove ho potuto vedere il bellissimo municipio della città, dall’aria molto spagnola, e uno strano stagno ricoperto di ninfee al neon, che di notte s’illuminano! Anche il Griffith Observatory, punto panoramico sulla città, dal quale si può anche osservare la scritta preferita di qualsiasi cinefilo, è un luogo piuttosto interessante: avrei preferito passare più tempo all’interno dell’osservatorio, dedicando più attenzione alle diverse mostre, e soprattutto poter vedere l’eclisse di ieri mattina da qui!

Ultima tappa della giornata, la Hollywood Walk of Fame, probabilmente la via più famosa del mondo: ecco, è qui che iniziano le note dolenti. Se le precedenti tappe della visita potevano anche essere soddisfacenti, questa per me è un grande pollice verso: strapiena di gente (forse poco meno di Times Square) e di negozi di ogni tipo, dalle classiche catene ai più pacchiani negozi di souvenir, conditi da tantissimi ambulanti che propinano a turisti boccaloni prodotti di infima qualità, comprese foto con serpenti (veri!) al collo e gli immancabili travestiti da supereroi, la perfetta attrazione per i camminatori più babbei. Dovrete prestare molta attenzione a dove mettete i piedi, perché tutti sono intenti a leggere i nomi sulle stelle di marmo collocate a terra, e soprattutto, in prossimità delle celebrità più amate, non manca il capannello di turisti in posa per una foto ricordo. Credo che la sola stella di Michael Jackson si conquisti il 70% delle fotografie giornaliere scattate qui! Altre stelle, invece, forse perché un po’ fuori dal percorso più battuto, non sono minimamente calcolate dall’orda impazzita: il mio animo sensibile ha provato un po’ di pena per i poveri artisti dimenticati. Almeno ho avuto fortuna, perché vicino alla stella del mio amato Tom Hanks non c’era nessuno, e ho potuto inserirla nella mia raccolta di immagini senza bloccare il passaggio altrui!

The Lily Pond

La mia gita si è conclusa con mezza giornata a Santa Monica e una breve passeggiata agli Universal Studios, dove un negozio chiamato Popcornopolis ha catturato la mia attenzione! E’ stato un fine settimana intenso, ma penso mi sia stato utile per capire che non sono molto entusiasta di Los Angeles. Forse è per il suo essere traboccante di persone che credono di vivere in una realtà parallela (e quindi magari si comportano in modo un po’ incivile), oppure perché l’ho trovata più simile a una trappola per turisti, una città che cerca di farsi bella ma che in realtà è un po’ troppo superficiale. Vale il viaggio? Direi di sì, è uno di quei luoghi che prima o poi si sente la curiosità di visitare una volta nella vita. Ci tornerei? Non credo: troppo costosa per quel che ha da offrire realmente, troppo maleodorante, e io sono troppo newyorkese per schierarmi a favore della West Coast!

A Pacific Life: le mie prime 72 ore a San Diego

E così sono finita una quarta volta negli Stati Uniti: dopo cinque anni ho rimesso piede in California. L’ultima volta che sono stata qui ho vissuto un’esperienza pazzesca, ho stretto amicizie che durano ancora oggi ed ero nel periodo probabilmente più folle della mia vita. Quest’anno mi sono spostata un po’ più a sud, e anche se per ora di San Diego ho visto ben poco (ma ci sono ancora 53 giorni a disposizione) ho deciso di raccontare le mie prime 72 ore in questa dinamica città.

L’immancabile foto aerea di Manhattan

Ho pensato tanto al filo conduttore da assegnare a questa nuova esperienza, e ho pensato che A Pacific Life potesse essere il motto giusto: non solo perché, banalmente, San Diego si affaccia sull’omonimo oceano, ma soprattutto perché ho aspettato tanto questo viaggio, questo volo, perché ero convinta che per me sarebbe stato una boccata d’aria dalle zavorre mentali di ogni giorno, un nuovo modo per mettermi alla prova e ricordarmi di che cosa fossi capace. E lo so, sono qui solo da pochi giorni, ma sta succedendo di nuovo, proprio come la prima volta, sei anni fa: sono completamente sola, in mezzo a centinaia di sconosciuti, eppure mi sento completamente a mio agio, completamente me stessa.

Questa volta ho anche aggiunto la lieve difficoltà di imbarcarmi in un lungo volo intercontinentale completamente in solitaria, un’ulteriore sfida a me stessa. Sono a contatto con persone da ogni parte del mondo, e sin dal primo momento ho dovuto abbandonare la mia lingua madre e (finalmente) rispolverare il mio inglese, tenuto vivo grazie alle mie passioni di ogni giorno. La sorpresa più grande è stata sorprendermi a pensare in inglese durante la mia prima sessione di shopping californiano, come se fossi una vera ragazza americana. Mi muovo tranquilla per le strade di Point Loma (il quartiere in cui alloggio, ne parlerò prossimamente), mi sono spinta fin sulla spiaggia per riassaporare l’oceano, il suo vento, le palme all’orizzonte e i surfisti in lontananza.

E lunedì pomeriggio, mentre sedevo sulla sabbia, finalmente mi sono sentita libera, mi sono sentita me stessa, a metà tra la compagnia di ragazze semisconosciute e la solitudine obbligata di alcuni momenti. Voglio vivere così, in un paese dove posso camminare per strada e nessuno presta attenzione a me, solo una ragazza come tante che semplicemente vive, è se stessa, passeggiando per Downtown o dedicandosi a un futile giro per negozi. Se provo ad immaginare un’idea di felicità per me, oggi mi vedo a camminare per strada verso il lavoro, tranquilla e con tanti progetti in testa, magari con un ovvio Iced Tea Lemonade Passion di Starbucks in mano. Era così anche quando tutto è iniziato, la mia prima volta negli Stati Uniti, la prima volta che me la sono data a gambe per cercare di rimettermi a posto. Oggi come allora, mi ritrovo a pensare “Tu, ora, in questo posto”: partire era l’opzione più giusta, continuerà ad esserlo.

C’era una volta Michele Mari

Non penso che ci possa essere un solo scrittore capace di parlare di gabinetti, argomenti triviali e cacca: Michele Mari non solo ne è perfettamente in grado, ma presenta la questione al lettore come se fosse un’opera d’arte, un’analisi linguistica del termine che rende questo argomento di bassissimo livello un esercizio di stile perfettamente riuscito e non banale. Il sogno del fecaloma, insieme ad altri racconti, compone la raccolta Fantasmagonia, un libro che ho aspettato tanto e che ho ricevuto con grande piacere.

Il volume è uscito nel 2012, ma io sono riuscita ad accaparrarmelo (e leggerlo) solo recentemente: per me si tratta del primo approccio con Mari, che è anche professore di letteratura italiana nella mia università, a Milano. Si dice sia un tipo scontroso ma brillante, che tiene lezioni di un certo livello: impossibile non riconoscere queste caratteristiche anche nella sua scrittura. La prosa è perfetta: quello che ho apprezzato maggiormente è stato senza dubbio il lessico, sempre preciso, e soprattutto la capacità di scrivere in un italiano simil-volgare, calandosi nei panni di Cecco Angiolieri.

Altra caratteristica che ho amato è la sua fantasia nel svelare al lettore ipotetici retroscena della vita di personaggi storici famosi, come Emilio Salgari o i fratelli Grimm. Da un professore di letteratura, esperto dantista, magari non ci si aspetta una simile creatività, invece Michele Mari riesce ad abbattere ogni pregiudizio e a farci apprezzare nuovamente la magia dimenticata del racconto breve, dalle tinte fantastiche e anche orrorifiche.

Questo ritorno alla tradizione mi ha fatto venire voglia di rileggere alcuni volumi presenti nella libreria di famiglia: si tratta delle più famose raccolte di racconti, da Perrault a Andersen, dalle leggende irlandesi alle fiabe dei fratelli Grimm. Un rapido confronto basta per notare la somiglianza tra il lavoro contemporaneo di Mari e la tradizione fantastica europea, segno che dietro l’apparente semplicità del genere fiabesco si cela un’approfondita ricerca nella prosa più antica e nelle tradizioni dei popoli europei. Chi lo ha detto che le fiabe sono cosa per bambini?