Tutto quello che vi hanno detto su Bohemian Rhapsody è falso

I Queen sono sempre stati parte del patrimonio musicale consumato in casa mia, ma fino all’inizio del liceo non sono mai stata particolarmente appassionata: è successo che mi sono lasciata incuriosire dai testi, dalle storie personali dei quattro componenti del gruppo, fino a farli diventare i miei preferiti in assoluto. Per questo non ho potuto non correre al cinema quando, finalmente, dopo circa sei anni di attesa, Bohemian Rhapsody è arrivato in sala. Mi sono seduta prevenuta sulla poltroncina, dopo aver letto recensioni negative, che valutavano il film come una pellicola sciapa, addirittura troppo incentrata sulla figura di Mercury, tanto da santificarlo. Ero preoccupata che la mia opinione della band potesse cambiare, che i miei ricordi postumi sarebbero stati rovinati: non è stato così.

In 130 minuti, il film ripercorre la storia della band dagli esordi al concerto del Live Aid del luglio 1985, a Wembley: benché da subito si noti come Freddie sia presentato come l’indiscusso protagonista, poiché gli sono dedicate numerose sequenze ed è indagato a fondo il suo tormento interiore, il suo orientamento sessuale e il suo rapporto con gli amici e famigliari, il racconto non mette da parte gli altri Queen, ma anzi li valorizza come mai prima d’ora, proprio a causa del mito Mercury. Sono rimasta incantata anzitutto dalla notevole somiglianza fisica degli attori, e poi dall’eccellente lavoro di interpretazione: ogni Queen è ritratto in modo esatto, chi più spavaldo, chi più timido. La cura dei particolari, uno tra tutti i movimenti sul palco, è senza dubbio l’aspetto recitativo che mi ha colpito di più: chi conosce la band non ha potuto non chiedersi se fosse il vero John Deacon quello sul palco di Wembley, tanto le movenze erano identiche.

Ho trovato anche ampiamente disatteso il giudizio che vede Freddie “santificato” da questa pellicola: l’artista è mostrato in tutte le sue sfaccettature, lati positivi e negativi, sottolineando anche i suoi comportamenti dissoluti, e come l’apprezzamento di pubblico e colleghi non si riduca esclusivamente alle sue eccellenti doti artistiche. La storia, del resto, dimostra quanto Mercury fosse stato sinceramente perdonato dai colleghi, e come la sua morte abbia segnato in modo permanente chi lo circondava: basti pensare sempre a John Deacon, il bassista che dopo la morte dell’amico ha completato i lavori lasciati in sospeso e ha chiuso la porta della sua carriera musicale, rifiutandosi di concedere qualunque tipo di contributo alla scena culturale contemporanea.

Sono state due ore emozionanti, due ore in cui ho dovuto trattenermi dal cantare ogni canzone, battere il tempo con il piede, e in cui non ho potuto non emozionarmi: credo di non avere mai avuto la pelle d’oca per così tanto tempo. Ero certa che avrei versato qualche piccola lacrima, e sapevo anche quando; sono stata immensamente felice che sia stato incluso nella colonna sonora il mio brano preferito. A dispetto delle recensioni poco lusinghiere, dei continui cambi di cast, del fatto che il regista sia cambiato in corso d’opera, Bohemian Rhapsody ritrae in modo eccellente i Queen: da giovane fan quale sono, che ha dovuto accontentarsi di video e cd, invidiando profondamente chi ha messo anche solo un piede a Wembley nel 1986 (a luglio, circa un anno dopo la spettacolare esibizione al Live Aid) valuto positivamente questo prodotto pop. E poi, per un momento, sono stata anche io a Wembley, anche io a emozionarmi con Love of my life e la dodici corde di Brian. E mi rendo conto che, anche se l’attuale progetto musicale vede solo la metà dei componenti musicali, Freddie c’è ancora, e anche John, in tutte le canzoni, tutta la musica: this is a kind of magic.

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