Barcellona in 72 ore (e quaranta chilometri a piedi)

Sei anni dopo rieccomi a mettere piede a Barcellona, e questa volta non come trascurabile tappa di un viaggio molto più importante, ma per tre giorni di reunion con le mie prime compagne di stanza a San Diego, sei mesi dopo il nostro ultimo incontro. Stranamente non ho preparato programmi particolari o liste di cose da vedere, non aspettandomi nulla di particolare da questa città. Invece sono rimasta molto contenta di averla (ri)vista e assaporata come si deve, e soprattutto di averci consumato le suole con un totale di circa quaranta chilometri percorsi a piedi!

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Cara Unimi, ti scrivo

Cara Unimi, ci siamo. Dopo cinque anni, molti piani di scale, innumerevoli corse sul 24 e salti tra una sede e l’altra, ore spese in biblioteca (Crociera è in assoluto la mia preferita), compagni di corso amichevoli e professori piuttosto suonati, oggi è il mio ultimo giorno di lezione. L’ultimo per sempre. E poco importa se ancora ci sono di mezzo cinque esami e una tesi per chiudere definitivamente la nostra storia, ma oggi mi sembra proprio che sia la fine di un’era.

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Di compromessi e di dialoghi

L’immagine che ho scelto per questo post è forse leggermente ambigua, se non ricordate Il Re Leone: quello è proprio Simba che finalmente riesce a comunicare con lo spirito di suo padre, dopo tanto peregrinare. E Mufasa che fa? Anziché spargere amore, sgrida suo figlio; di più, lo ammonisce con un “Ricordati chi sei” che lì per lì lo lascia spiazzato, ma poi riesce a spronarlo fino a farlo correre al suo vero posto nel mondo.

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East Market, due passi nel mondo restando a Milano

E’ il momento di alzarvi dal divano, infilarvi sciarpa e cappello e uscire, perché oggi è domenica e Lambrate si popola di nuovo per il mercatino più bello di Milano: East Market è tornato, e questo mese la città è così fortunata da beneficiarne per ben due volte!

East Market è nato tre anni fa alla periferia est di Milano, ma io fino allo scorso ottobre non ci ero mai stata: complice un po’ di nostalgia per gli Stati Uniti sono andata per una visita, e me ne sono davvero innamorata. Trovo estremamente piacevole che in città ci sia un punto d’incontro molto europeo, sicuramente ispirato dai mercatini dell’usato londinesi. In via Ventura e via Massimiano, dove sono posizionati i due capannoni che una volta al mese ospitano l’evento, non troverete però solo usato, ma anche deliziosi prodotti realizzati a mano. L’atmosfera che si respira è proprio quella di un mercatino delle pulci internazionale, così come, ne sono certa, lo è anche la sua clientela.

Se siete appassionati di abbigliamento o accessori vintage, qui sicuramente troverete qualcosa per voi, ma c’è spazio anche per vinili, vecchi libri e riviste, oggetti per la casa…veramente di tutto! Io consiglio una visita mattutina, per evitare la folla pomeridiana e poter approfittare anche della cucina di East Market, che ho ovviamente provato (per puro dovere di cronaca, ovviamente!). Nel corso della giornata la cucina rimane sempre aperta e potrete provare piccoli piatti di street food, tutti a prezzi non esagerati: qui comunque il biglietto d’ingresso non si paga, quindi questo è l’unico modo che avete per finanziare il progetto! Durante la settimana il diner resta aperto, e spesso propone eventi a tema: io ad esempio ho provato la cucina in una sera della Burger Week, e ho apprezzato tantissimo il fatto di poter bere una buonissima IPA, che è diventata la mia birra preferita.

In occasione del Natale e delle festività, East Market ha deciso di raddoppiare il suo appuntamento a dicembre: oltre ad oggi, la prossima apertura del mercato è prevista per domenica 17. Certo, questo non è il tradizionale mercatino di Natale, con addobbi e rosso/verde/oro ovunque, ma la trovo un’alternativa ottima per i più curiosi e, comunque, un posticino perfetto per comprare regali di Natale, per tutte le tasche ed i gusti!

Quanto sei banale, resilienza

Tra le mie molte carriere alternative, oltre all’anatomopatologa e all’ingegnere nucleare, c’è anche la linguista: le parole mi affascinano, mi piace scomporle, analizzarle, far caso ai loro dettagli e scoprirne il vero significato. Esistono tuttavia, sebbene pochi, modi di dire o parole che non sopporto. Tra di loro c’è la più inflazionata del periodo, la più sfruttata in ogni, banale, scritto, ogni didascalia su Instagram, un sostantivo diventato anche aggettivo che domina le bocche contemporanee: resilienza. Ma perché?

Ho imparato che cosa significasse resilienza durante il mio ultimo anno di liceo, mentre studiavo con poco piacere le proprietà dei materiali per scienze della terra: fisicamente, questo termine denota come un materiale possa ritornare alla sua forma originale anche dopo essere stato deformato. Da un paio d’anni circa, se non ricordo male dopo un qualche intervento di Luciana Littizzetto, il termine è balzato in cima alla classifica di popolarità, uscendo dalla stanza dedicata ai desueti e disprezzati aggettivi scientifici, riempiendo post sui social network e facendomi venire voglia di diventare eremita su un qualche cocuzzolo delle Montagne Rocciose.

In psicologia questa è la capacità di un soggetto di affrontare in modo positivo eventi traumatici: si è quindi ampliato il suo significato, passando dai sassi alle persone, da un oggetto inanimato a un’entità zeppa di emozioni, usando un espediente retorico che in realtà trovo piuttosto apprezzabile. Ciò che mi infastidisce è il suo uso smodato ed eccessivamente prolungato, quasi come se prima dell’avvento di resilienza non avessimo avuto sufficienti termini per indicare questa condizione psicologica. Da non dimenticare: nella mia breve ricerca bibliografica, ho constatato quanto questa caratteristica sia discussa in psicologia solo da poco tempo, non più indietro dei primi anni Duemila.

La leggo ovunque, la sento messa in bocca a persone che di eventi traumatici non sanno nulla, che si sono appropriate del termine quasi con prepotenza, dopo averlo letto in qualche post motivazionale in giro per il web oppure sull’ultimo libretto da quattro soldi edito Newton Compton (leggeteli. Ma provate anche Paolo Cognetti, o Kazuo Ishiguro, o Stephen King, con curiosità e senza paura). Sembra una parola inusuale, e lo era prima di questa alluvione verbale, e sembrava anche dare un certo tocco di intellettualità alle foto in posa con vestiti luccicanti o la spiaggia di Ibiza. Lo so, sono antipatica e acida e spocchiosa, ma non lo è più. L’avete (l’hanno) resa banale, grigia, già vista, sfruttata in modo eccessivo e pedante da chi in realtà alle parole non ha mai pensato più di tanto e che, sono certa, non ha ricevuto un premio da Kleenex per avere consumato un numero esorbitante di fazzolettini. Resilienza e la sua triste parabola: dalla stanza degli aggettivi scientifici alla strada, urlata ovunque, finché, senza voce e con la gola raschiata e dolorante, se ne torna in casa, spaventata e senza più voglia di uscire.