Di compromessi e di dialoghi

L’immagine che ho scelto per questo post è forse leggermente ambigua, se non ricordate Il Re Leone: quello è proprio Simba che finalmente riesce a comunicare con lo spirito di suo padre, dopo tanto peregrinare. E Mufasa che fa? Anziché spargere amore, sgrida suo figlio; di più, lo ammonisce con un “Ricordati chi sei” che lì per lì lo lascia spiazzato, ma poi riesce a spronarlo fino a farlo correre al suo vero posto nel mondo.

Un ammonimento che sento di dover fare mio, ma per motivi esattamente opposti a quelli del film: io non sono triste, o dispersa, non sono fuggita in mezzo alla savana senza sapere cosa fare. Io sono felice, ma guardandomi indietro un po’ m’assale la paura di chiudere di nuovo gli occhi e dimenticarmi chi sono, di farmi vincere dall’abitudine e dalla pigrizia, di credere che in fondo i miei sogni siano sostituibili da quelli di qualcun altro. Ci ho messo così tanto tempo, certamente più del dovuto, per rendermi conto di cosa avessi sbagliato, che adesso è come se avessi un post-it fluorescente appeso nel mio cervello, nella stanza principale, in bella vista, insomma.

Ho imparato che non serve a niente scendere a compromessi con se stessi. Si può contrattare su dove uscire a cena, su quale film vedere al cinema, sulla canzone da ascoltare in auto, ma non si può chiedere al proprio cuore di fare un passo indietro quando dovrebbe essere il protagonista (o uno dei protagonisti) della storia. Meglio: è possibile mettersi da parte, ma il prezzo da pagare per questa strada smarrita è davvero alto. Perché lo si paga fino in fondo, fino ad ogni lacrima, ad ogni parola, fino ad arrivare a stupirsi della ritrovata, nuova normalità.

Non voglio essere triste mentre scrivo, e questo post è tutto tranne che piagnucoloso. E’ solo un post-it fluorescente che ricordi chi siamo. Che anche (e soprattutto) quando la vita va sui binari giusti non dobbiamo dimenticarci dei nostri sogni e del nostro cuore, ma anzi, che dovrebbero proprio essere i momenti di serenità a dare nuovo slancio alle speranze. Come a dire: “Se sei arrivato fin qui non puoi che volare ancora più in alto“.

East Market, due passi nel mondo restando a Milano

E’ il momento di alzarvi dal divano, infilarvi sciarpa e cappello e uscire, perché oggi è domenica e Lambrate si popola di nuovo per il mercatino più bello di Milano: East Market è tornato, e questo mese la città è così fortunata da beneficiarne per ben due volte!

East Market è nato tre anni fa alla periferia est di Milano, ma io fino allo scorso ottobre non ci ero mai stata: complice un po’ di nostalgia per gli Stati Uniti sono andata per una visita, e me ne sono davvero innamorata. Trovo estremamente piacevole che in città ci sia un punto d’incontro molto europeo, sicuramente ispirato dai mercatini dell’usato londinesi. In via Ventura e via Massimiano, dove sono posizionati i due capannoni che una volta al mese ospitano l’evento, non troverete però solo usato, ma anche deliziosi prodotti realizzati a mano. L’atmosfera che si respira è proprio quella di un mercatino delle pulci internazionale, così come, ne sono certa, lo è anche la sua clientela.

Se siete appassionati di abbigliamento o accessori vintage, qui sicuramente troverete qualcosa per voi, ma c’è spazio anche per vinili, vecchi libri e riviste, oggetti per la casa…veramente di tutto! Io consiglio una visita mattutina, per evitare la folla pomeridiana e poter approfittare anche della cucina di East Market, che ho ovviamente provato (per puro dovere di cronaca, ovviamente!). Nel corso della giornata la cucina rimane sempre aperta e potrete provare piccoli piatti di street food, tutti a prezzi non esagerati: qui comunque il biglietto d’ingresso non si paga, quindi questo è l’unico modo che avete per finanziare il progetto! Durante la settimana il diner resta aperto, e spesso propone eventi a tema: io ad esempio ho provato la cucina in una sera della Burger Week, e ho apprezzato tantissimo il fatto di poter bere una buonissima IPA, che è diventata la mia birra preferita.

In occasione del Natale e delle festività, East Market ha deciso di raddoppiare il suo appuntamento a dicembre: oltre ad oggi, la prossima apertura del mercato è prevista per domenica 17. Certo, questo non è il tradizionale mercatino di Natale, con addobbi e rosso/verde/oro ovunque, ma la trovo un’alternativa ottima per i più curiosi e, comunque, un posticino perfetto per comprare regali di Natale, per tutte le tasche ed i gusti!

Quanto sei banale, resilienza

Tra le mie molte carriere alternative, oltre all’anatomopatologa e all’ingegnere nucleare, c’è anche la linguista: le parole mi affascinano, mi piace scomporle, analizzarle, far caso ai loro dettagli e scoprirne il vero significato. Esistono tuttavia, sebbene pochi, modi di dire o parole che non sopporto. Tra di loro c’è la più inflazionata del periodo, la più sfruttata in ogni, banale, scritto, ogni didascalia su Instagram, un sostantivo diventato anche aggettivo che domina le bocche contemporanee: resilienza. Ma perché?

Ho imparato che cosa significasse resilienza durante il mio ultimo anno di liceo, mentre studiavo con poco piacere le proprietà dei materiali per scienze della terra: fisicamente, questo termine denota come un materiale possa ritornare alla sua forma originale anche dopo essere stato deformato. Da un paio d’anni circa, se non ricordo male dopo un qualche intervento di Luciana Littizzetto, il termine è balzato in cima alla classifica di popolarità, uscendo dalla stanza dedicata ai desueti e disprezzati aggettivi scientifici, riempiendo post sui social network e facendomi venire voglia di diventare eremita su un qualche cocuzzolo delle Montagne Rocciose.

In psicologia questa è la capacità di un soggetto di affrontare in modo positivo eventi traumatici: si è quindi ampliato il suo significato, passando dai sassi alle persone, da un oggetto inanimato a un’entità zeppa di emozioni, usando un espediente retorico che in realtà trovo piuttosto apprezzabile. Ciò che mi infastidisce è il suo uso smodato ed eccessivamente prolungato, quasi come se prima dell’avvento di resilienza non avessimo avuto sufficienti termini per indicare questa condizione psicologica. Da non dimenticare: nella mia breve ricerca bibliografica, ho constatato quanto questa caratteristica sia discussa in psicologia solo da poco tempo, non più indietro dei primi anni Duemila.

La leggo ovunque, la sento messa in bocca a persone che di eventi traumatici non sanno nulla, che si sono appropriate del termine quasi con prepotenza, dopo averlo letto in qualche post motivazionale in giro per il web oppure sull’ultimo libretto da quattro soldi edito Newton Compton (leggeteli. Ma provate anche Paolo Cognetti, o Kazuo Ishiguro, o Stephen King, con curiosità e senza paura). Sembra una parola inusuale, e lo era prima di questa alluvione verbale, e sembrava anche dare un certo tocco di intellettualità alle foto in posa con vestiti luccicanti o la spiaggia di Ibiza. Lo so, sono antipatica e acida e spocchiosa, ma non lo è più. L’avete (l’hanno) resa banale, grigia, già vista, sfruttata in modo eccessivo e pedante da chi in realtà alle parole non ha mai pensato più di tanto e che, sono certa, non ha ricevuto un premio da Kleenex per avere consumato un numero esorbitante di fazzolettini. Resilienza e la sua triste parabola: dalla stanza degli aggettivi scientifici alla strada, urlata ovunque, finché, senza voce e con la gola raschiata e dolorante, se ne torna in casa, spaventata e senza più voglia di uscire.

Quando hai fame a Milano: speciale bar e caffè

Non potete tenermi lontana dal cibo (o dal té) per tanto tempo, di conseguenza non si possono tenere i suddetti argomenti tanto lontani da questo blog. Dopo avervi portato a spasso per Milano attraverso ristoranti orientali e altri locali ottimi per un pranzo (qui e qui), oggi passiamo al mio momento preferito della giornata: la merenda! Questi sono attualmente i luoghi per me migliori per una pausa in città. Se volete scoprirne altri, dovete solo seguire su Instagram il profilo che gestisco insieme alla mia amica Anita: whereinmilan!

Pause

In via Ozanam, a due passi dalla fermata della metropolitana Lima, Pause è un minuscolo caffé con arredi vintage, che al suo interno racchiude anche un negozio di abiti e oggettistica, sempre a tema vintage. E’ piccolo e tranquillo, ma all’ora di colazione si riempie, soprattutto di persone che vivono nei paraggi!

Cofficina

Non sono una vera amante del caffé, ma ogni tanto mi piace berlo: più che l’espresso preferisco il caffé americano (sì, puristi, perdonatemi, ma ho un rapporto complicato con questa calda bevanda). In un ambiente piccolo ma accogliente potrete provare miscele diverse e farvi consigliare dal bravissimo barista. Dove? Poco dopo le Colonne di San Lorenzo, in direzione piazza XXIV maggio.

Orsonero

• Orsonero Coffee •

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Altro bar specializzato in caffé, comodissimo da raggiungere a piedi da corso Buenos Aires. E’ piccolo, quindi, purtroppo, non potrete fermarvi molto (magari leggendo un buon libro). Io ci sono stata solo una volta e solo perché non mi trovo spesso in quella zona, perché altrimenti sarebbe il mio bar preferito. Si respira un’autentica atmosfera d’oltreoceano, sembra un po’ di trovarsi a Seattle, anche se il proprietario, che ha sposato una ragazza italiana, è canadese!

Hygge

In via Sapeto, defilato dal caos di corso Genova, trovate questo meraviglioso locale in stile nordico. “Hygge”, infatti, è un termine danese intraducibile in italiano, che si collega a un senso di comodità, calore, benessere. Beh, non c’è niente di meglio che sperimentare qualcosa di simile qui. Il menù è davvero curato e propone piatti della tradizione nordeuropea, insieme a un assortimento di buonissimi dolci (anche sfornati al momento) e di bevande calde. Wifi gratuito, prese di corrente e la possibilità di pagare con la carta anche per pochi euro lo stanno trasformando nel mio caffé preferito. Unica nota negativa: gli interni sono piccini e per l’ora di pranzo è preso d’assalto.

Di decolli e atterraggi, ovvero: come si torna dagli Stati Uniti

Come si torna dagli Stati Uniti? Nella pratica è molto semplice: basta comprare un biglietto aereo. E pregare che American Airlines non ritardi il tuo volo a meno di dodici ore dal decollo, costringendoti a due scali attraverso il paese, a un vicino di aereo maldestro, mentre gestisci il tutto con un raffreddore invadente e decine di caramelline Halls. Ma è da questo che si vede la tua attitudine da problem solver degno della Silicon Valley, no?

Mi hanno chiesto se sentivo la necessità di tornare qui, anzi di tornare a casa. Ho risposto in modo evasivo, perché proprio non lo so. Per cominciare, come ho scritto qualche settimana fa, casa è dove puoi essere te stesso mentre cerchi un po’ di zucchero per la tua torta della vita. E tante volte da queste parti non è stato così. Non credo di avere avuto la necessità di tornare, ma il tempo per la mia avventura era finito, ancora una volta. Probabilmente, come sempre, ci metterò un po’ troppo tempo a comprendere che quando qualcosa termina è perché doveva terminare, perché era arrivato il momento di concentrarsi su qualcosa di più impegnativo (e mi sembra quasi di vedere i miei impegni che si accatastano e mi fissano, mentre cerco irresponsabilmente di ignorarli). Ho vissuto per due mesi negli Stati Uniti, consolidando un Amore che dura da tempo (e che sono certa, durerà per sempre. Non è fare programmi, è che conosci il tuo cuore), e da quando sono volata verso est mi sento a metà tra luce e ombra. Perché mi aspettano gli amici, i té con la mamma tutti i pomeriggi, il mio macinino a quattro ruote, due tipi pelosi e miagolanti, la famiglia, i miei amati spartiti del mercoledì sera, Milano, e forse anche altre mille cose. Però è difficile, probabilmente questa volta più di tutte le altre.

San Diego è stata la mia prima, concreta casa al di là dell’oceano, non credo che ci tornerò mai, nei miei desideri non rientra più la California, ma mi mancherà. Anzi, ne sento già la mancanza. Non mi sono seduta un momento da quando sono atterrata, ormai dieci giorni fa, sempre per la mia solita paura di fermarmi e venire travolta da tutto quello che ho lasciato indietro. Amici, esperienze, risate (quelle da farti venire il mal di pancia e le lacrime agli occhi), migliaia di fotografie e momenti che continuo a far scorrere nella mia testa, ma sempre con una certa distanza, quasi come se avessi già, inaspettatamente, imparato che sono ricordi, che, come dicono, “Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere“. Nonostante questo, io voglio ricordarmi per sempre come mi sono sentita lì, a novemilasettecentotrentotto chilometri da tutto ciò che mi ha spezzato il cuore e che mi ha dato la spinta per partire ancora.

Non so davvero come si faccia a tornare dagli Stati Uniti (o dalla Thailandia o dalla Russia o da Timbuctù o da dove vi pare). So come si fanno le valige, più o meno come si scattano le foto, conosco le procedure per richiedere un visto all’ambasciata statunitense. E anche se questo è il mio quarto ritorno, sono ancora un po’ incapace a gestire il pacchetto della rimpatriata. Mi resta quello che so fare meglio di ogni altra cosa: fantasticare sul prossimo volo. Già qui mi chiedono quando ripartirò, chi lo fa deve avermi capita.