Di compromessi e di dialoghi

L’immagine che ho scelto per questo post è forse leggermente ambigua, se non ricordate Il Re Leone: quello è proprio Simba che finalmente riesce a comunicare con lo spirito di suo padre, dopo tanto peregrinare. E Mufasa che fa? Anziché spargere amore, sgrida suo figlio; di più, lo ammonisce con un “Ricordati chi sei” che lì per lì lo lascia spiazzato, ma poi riesce a spronarlo fino a farlo correre al suo vero posto nel mondo.

Un ammonimento che sento di dover fare mio, ma per motivi esattamente opposti a quelli del film: io non sono triste, o dispersa, non sono fuggita in mezzo alla savana senza sapere cosa fare. Io sono felice, ma guardandomi indietro un po’ m’assale la paura di chiudere di nuovo gli occhi e dimenticarmi chi sono, di farmi vincere dall’abitudine e dalla pigrizia, di credere che in fondo i miei sogni siano sostituibili da quelli di qualcun altro. Ci ho messo così tanto tempo, certamente più del dovuto, per rendermi conto di cosa avessi sbagliato, che adesso è come se avessi un post-it fluorescente appeso nel mio cervello, nella stanza principale, in bella vista, insomma.

Ho imparato che non serve a niente scendere a compromessi con se stessi. Si può contrattare su dove uscire a cena, su quale film vedere al cinema, sulla canzone da ascoltare in auto, ma non si può chiedere al proprio cuore di fare un passo indietro quando dovrebbe essere il protagonista (o uno dei protagonisti) della storia. Meglio: è possibile mettersi da parte, ma il prezzo da pagare per questa strada smarrita è davvero alto. Perché lo si paga fino in fondo, fino ad ogni lacrima, ad ogni parola, fino ad arrivare a stupirsi della ritrovata, nuova normalità.

Non voglio essere triste mentre scrivo, e questo post è tutto tranne che piagnucoloso. E’ solo un post-it fluorescente che ricordi chi siamo. Che anche (e soprattutto) quando la vita va sui binari giusti non dobbiamo dimenticarci dei nostri sogni e del nostro cuore, ma anzi, che dovrebbero proprio essere i momenti di serenità a dare nuovo slancio alle speranze. Come a dire: “Se sei arrivato fin qui non puoi che volare ancora più in alto“.

Netflix amico del cuore: i miei quattro titoli del momento

Probabilmente se avessi sottoscritto un abbonamento a Netflix prima di quanto ho fatto (novembre, credo) non mi sarei laureata in fretta: tutto è confermato dal fatto che al momento sto studiando ben poco e mi sto invece dedicando con piacere a rewatch di serie che ho amato e alla scoperta di nuove perle sullo sterminato catalogo del servizio on demand. Visto che le vacanze pasquali sono alle porte e non tutti hanno voglia di intrattenere rapporti sociali, vi propongo i miei quattro titoli del momento su Netflix: seguo diverse serie quindi magari con alcune sono leggermente in ritardo sui tempi, ma almeno in questi consigli non troverete polpettoni visti e rivisti!

The Crown

Questo è stato il primo titolo che ho consumato (sì, è proprio il termine giusto) non appena ho aperto il mio account: ne avevo sentito parlare moltissimo ed ero veramente curiosa di avvicinarmi alla famiglia reale inglese, nonostante io non sia una fan della regina Elisabetta, anzi diciamo proprio che non la sopporto. La serie tv invece mi è piaciuta veramente tanto: non ho cambiato opinione sulla regina, ma ho amato il personaggio di Margareth. Dalla prossima stagione, la terza, gli attori che interpretano i protagonisti cambieranno, per rendere ancora più realistico l’invecchiamento. Io non vedo l’ora che sia rilasciata su Netflix!

Collateral

Collateral è una delle ultime aggiunte alla mia lista su Netflix: si tratta di una miniserie thriller ambientata a Londra. La protagonista è una detective interpretata da Carey Mulligan, che si trova a indagare sulla morte improvvisa di un fattorino della pizza, ucciso proprio all’uscita della casa in cui ha recapitato la sua ultima consegna. Non l’ho ancora terminata, ma mi è piaciuta subito perché è assolutamente realistica; mi piace anche come i diversi personaggi, apparentemente senza legami tra loro, siano invece tutti collegati da qualcosa.

La casa di carta

Forse questo è uno dei titoli più chiacchierati del momento: La casa di carta è una produzione spagnola, e su Netflix è da poco uscita la seconda parte della prima stagione, un’operazione solo del mercato italiano. La serie infatti è uscita in originale con episodi molto più lunghi, che in Italia sono stati divisi in due. Quando ho visto il primo episodio sono stata subito entusiasta: finalmente uno show in cui succede qualcosa, senza eccessivi monologhi o, al contrario, scene mute con personaggi che fissano il soffitto mentre fumano una sigaretta! Ho trovato geniale anche l’assegnazione dei nomi ai diversi componenti della banda: la serie infatti racconta di come un gruppo di criminali, guidati dal misterioso Professore, compie una rapina alla zecca di stato spagnola.

Seven seconds

Questo è il mio show del momento, e proprio non capisco perché non ne abbia ancora sentito parlare: l’ho trovata per caso su Netflix, e l’ho aggiunta dopo aver visto chiaramente la Statua della Libertà nell’icona del telefilm. Chi mi conosce infatti sa che qualunque libro o film o serie tv mi riporti a New York è dame immediatamente divorato: Seven Seconds non è ambientato esattamente in città, ma dall’altra parte del fiume, nella grigia Jersey City, dove un quindicenne afroamericano resta vittima di un incidente e una cocciuta procuratrice cerca di scoprire la verità. Non ho ancora terminato neanche questo show, ma continuo a vederne una puntata dietro l’altra, e più lo guardo più mi piace. Sono anche molto soddisfatta di aver scoperto un prodotto nuovo e bello prima che fosse sdoganato!

La Musa e il ritorno di Jessie Burton

Vi ricordate di Il Miniaturista? E’ stata una delle prime libro-recensioni che ho scritto qui sul blog: un romanzo letto in lingua originale, comprato principalmente perché la copertina mi piaceva tantissimo, e su cui avevo avuto pareri contrastanti. Con La Musa Jessie Burton è tornata nella mia libreria, ancora una volta in lingua inglese: ero stanca di aspettare la sua uscita in italiano, così ho deciso di buttarmi di nuovo con la lettura in originale.

Odelle Bastien è una giovane originaria di Trinidad e Tobago che vive a Londra durante gli anni Sessanta: appassionata di scrittura creativa, abbandona il suo impiego presso un negozio di scarpe per diventare dattilografa presso la Skelton Gallery: qui fa la conoscenza della misteriosa e affascinante Marjorie Quick. L’arrivo di un meraviglioso dipinto mette alla prova l’autocontrollo di Quick, e Odelle si appassiona ai segreti che la donna nasconde. Ma la narrazione ci guida anche nella Spagna del 1936, dove la giovane Olive Schloss, aspirante pittrice, stringe un legame con Isaac e la sorella Teresa, cameriera presso la sua famiglia: quale legame c’è tra le due storie?

Ho impiegato molto più del necessario per leggere La Musa, in parte perché in inglese rallento notevolmente il mio ritmo, e in secondo luogo perché questo romanzo soffre dello stesso problema dell’altra creatura della Burton: la narrazione entra nel vivo solo a metà, e ho fatto fatica a farmi catturare dalle pagine del libro. Rispetto al suo predecessore, però, La Musa ha un finale chiuso, e ogni tassello dell’enigma va al proprio posto, senza lasciare fastidiose questioni aperte: il senso del libro, insomma, è molto chiaro. Ho apprezzato particolarmente la scelta di una protagonista nera, soprattutto nei momenti in cui vive la sua storia d’amore con un bianco, quando la mentalità conservatrice si scontra con una realtà tutta nuova.

L’edizione italiana del romanzo è edita da La Nave di Teseo: non capisco perché Bompiani, editore del precedente volume, che, aggiungo, è autoconclusivo e del tutto slegato da La Musa, si sia lasciata scappare un’autrice come la Burton, che non è certamente per tutti, vista la scrittura elegante e raffinata e anche perché si tratta di romanzi storici ben collocati nella loro epoca. La copertina di questa edizione italiana è, ahimé, molto più povera del suo corrispettivo inglese e non invita assolutamente all’acquisto del libro, quindi sono stata davvero felice della mia impazienza in libreria. Se vi piacciono i romanzi storici, i personaggi femminili forti, i misteri artistici, La Musa non potrà che piacervi: resta lontano dagli stereotipi e dai sentieri storici più battuti, senza essere frivolo e scontato ma anzi riuscendo a indagare anche contrasti familiari e dolori tradizionalmente meno approfonditi.

La Forma dell’Acqua, parola d’ordine delicatezza

Ho seguito la cerimonia di consegna dei premi Oscar solo una volta, per lavoro: non sono una grande appassionata di cinema e di solito le pellicole candidate non mi attirano minimamente. Ma con La Forma dell’Acqua è andata diversamente: ho letto qualcosa qua e là, ho ricevuto qualche consiglio, e quindi, dopo che il film si è portato a casa quattro statuette, ho deciso di sedermi sulle poltroncine del cinema.

Elisa Esposito è una impiegata delle pulizie in un laboratorio governativo dove si effettuano esperimenti scientifici, nella Baltimora del 1962. Elisa è affetta da mutismo e vive una vita da emarginata, così come lo sono i suoi unici amici, il vicino di casa Giles, disegnatore omosessuale, e la collega Zelda, donna afroamericana che si lamenta sempre del piattume della vita coniugale. Qualcosa cambia quando al laboratorio arriva come soggetto di studio uno strano anfibio umanoide, prelevato da un fiume amazzonico: il colonnello Strickland si occupa di domarlo, con metodi più violenti che adatti alla ricerca scientifica. Elisa, incuriosita dalla creatura, si avvicina a lui, condividendo il proprio pranzo, la musica di un giradischi e le sensazioni di impotenza ed emarginazione che contraddistinguono la sua esistenza: una relazione che non coinvolgerà solo l’umana e l’anfibio, ma anche chi sta loro intorno.

Il personaggio di Elisa, interpretato da Sally Hawkins, mi ha profondamente toccato, per la sua innocenza e al tempo stesso consapevolezza del mondo, per il suo cuore sincero e la sua gioia discreta ma palpabile. Il mio personaggio preferito è però la coprotagonista Zelda, che ha il volto di Octavia Spencer: una guida perfetta per Elisa, in grado sia di ammonirla sia di regalare a lei e al pubblico acuti momenti umoristici. Strickland (Michael Shannon) è il perfetto antagonista, insoddisfatto della propria vita, apparentemente di successo, e avido non di ricchezze, ma di gloria e potere, sempre pronto a calpestare chiunque ritenga inferiore.

Definire questo film come una semplice storia d’amore mi sembra riduttivo. Non è questione solo d’amore: ci sono l’emarginazione, la solitudine, la paura del diverso, e soprattutto il coraggio, la vittoria del cuore sul cervello, della sensibilità sulla crudeltà. La Forma dell’Acqua è una storia delicata, pur mostrando tanto livore, una narrazione poetica che fa a pugni con l’ambiente razionale del laboratorio e la corsa all’innovazione contro l’URSS. Guillermo del Toro, regista della pellicola, per me ha fatto centro, senza neanche sforzarsi troppo: nulla appare costruito o innaturale, pur trattandosi di una vicenda di fantasia: nonostante la paura del diverso e l’odio cieco siano spesso protagonisti delle cronache contemporanee, mi piace credere che anche da queste parti ci sia qualcuno disposto a rischiare tanto per fare qualcosa di giusto. E se questo qualcosa di giusto coincide anche con la felicità del proprio cuore, allora tanto meglio.

Fotografie e numeri: è Il Suono del Mondo a Memoria

Non sono una grande lettrice di fumetti, preferisco di gran lunga i libri: neanche da piccola mi ha mai turbato l’assenza di figure nei libri, per me era un elemento paratestuale assolutamente indifferente. Per questo motivo neppure le graphic novel, romanzi a fumetti un po’ corposi, hanno mai attirato la mia curiosità. Questo, ovviamente, finché non sono diventati di moda e comparsi ovunque, e soprattutto finché non è arrivato Il Suono del Mondo a Memoria.

Protagonista della graphic novel è Sam, fotografo dal cuore spezzato che decide di partire per New York: di comune accordo con un amico con cui ha fondato una rivista, decide di rimanere in città per due mesi, in modo da costruire un reportage fotografico. Unica regola: per tutta la durata del suo soggiorno, Sam non dovrà rivolgere la parola a nessuno. Ci sono solo lui, la sua macchina fotografica e le sue cuffie, con cui ascolta sempre la stessa canzone e conta, per tenere il ritmo. Tutto sembra procedere per il meglio finché, dopo aver fatto stampare i suoi scatti, nota un comune denominatore tra essi: la presenza involontaria della stessa ragazza. E’ un mistero troppo grande per Sam, che decide di sbrogliarlo a modo suo.

“Perché ogni volta che si trovava a dover fare i conti con il dolore, c’era una sola cosa che Sam riusciva a fare con estrema lucidità: la valigia per New York.”

Appena ho iniziato a leggere Il Suono del Mondo a Memoria sono stata colpita dalla delicatezza e dalla precisione dei disegni. Perché sembra davvero di trovarsi a New York, con i suoi colori, i suoi grattacieli, e ormai lo sapete, a me bastano pochi dettagli per capire in quale parte della città ci si trova. Con questa storia sono tornata lì, anche se per poco. Finché non sono arrivata a metà della lettura, assemblando pezzo per pezzo gli indizi che Giacomo Bevilacqua, l’autore, lascia al lettore a proposito di Sam, mi sembrava proprio che il protagonista fosse qualcuno che conosco per davvero: un fotografo molto sensibile e attento ai dettagli, il cui stile si riconosce ma non è banale, anzi, e che ha sempre qualche canzone per la testa.

Una volta scoperto il segreto di Sam anche il titolo della graphic novel vi sarà più chiaro, ma non posso (e non voglio!) rovinarvi la sorpresa se deciderete di leggere Il Suono del Mondo a Memoria. A me ha veramente toccato il cuore, e non solo perché si tratta di una storia ambientata a New York, anche se di solito basta questo per conquistarmi. Mi è piaciuta la malinconia che accompagna la narrazione, e la vena di speranza ad essa associata, che all’improvviso scoppia e si rivela in qualcosa di concreto, una sorpresa meravigliosa per chi ha deciso di vedere il mondo da un altro punto e di provare qualcosa di nuovo, mettendosi in gioco completamente. Sì, è una storia d’amore: forse a qualcuno sembrerà banale, ma, come dice una canzone, “What the world needs now is love, sweet love“.