Calamite in libreria: la mia recensione di L’orologiaio di Filigree Street

I pericoli delle librerie sono molteplici, e non parlo del fatto che potrebbe disgraziatamente cadervi addosso uno scaffale e seppellirvi tra pagine e polvere. No, intendo più quei libri dalle copertine meravigliose, riccamente decorati e che vi fanno pensare che al loro interno sia scritta una storia avvincente. Comprate il libro (che non è neppure economico), tornate a casa a leggerlo e scoprite dopo poche pagine che in realtà il nuovo romanzo è piuttosto deludente. Ecco, mi è successo così con L’Orologiaio di Filigree Street.

Nathaniel è un giovane impiegato telegrafista degli uffici governativi londinesi; Grace è invece una studentessa universitaria, un’outsider anticonformista più interessata agli esperimenti scientifici che alle convenzioni sociali. Le loro strade si incontrano quando, in seguito a un misterioso orologio ricevuto da Nathaniel, il giovane riesce a scampare a un attentato bombarolo. I due collaboreranno per riuscire a trovare il colpevole, un do ut des in cui entrambi riescono ad accontentare le rispettive famiglie. Ma un misterioso personaggio sin dall’inizio mina il loro rapporto: è Keita Mori, l’orologiaio che vive in Filigree Street, nel cuore del quartiere giapponese.

Ambientato nella Londra vittoriana, colpita dagli attentati dei ribelli irlandesi, L’Orologiaio di Filigree Street è il primo romanzo di Natasha Pulley e ha attirato la mia attenzione in libreria per la sua meravigliosa copertina (all’interno della quale si nasconde un personaggio del romanzo, ma non posso dire di più). Sin dalle prime pagine alcuni dettagli mi hanno fatto storcere il naso: la traduzione, una volta tanto, è accurata, ma il problema principale resta lo stile di scrittura proprio dell’autrice. Un’infinità di descrizioni molto minuziose, dialoghi assolutamente insensati e inverosimili, tanto che in alcuni punti ho faticato a comprendere il senso del passaggio. A livello di trama non ho per niente apprezzato la piega presa dal rapporto Keita-Nathaniel, insieme scontata e rivoluzionaria: qualunque lettore sarebbe arrivato alla conclusione, ma l’autrice ha evidentemente descritto una situazione un poco stigmatizzata dalla società dell’epoca.

Punto a favore del libro è invece la rigorosa ricerca di informazioni sul quartiere giapponese e sulle abitudini di questo popolo, frutto sicuramente di uno studio approfondito: il risultato è un ambiente verosimile e soprattutto storicamente veritiero, e qui emerge il lato più da studentessa dell’autrice. Nonostante questi difetti stilistici, che possono essere più o meno soggettivi, il romanzo ha avuto un buon riscontro da parte del pubblico e, di conseguenza, buone vendite. Chissà quanti, come me, si sono ricreduti dopo averlo terminato! E’ proprio il classico libro calamita, quello che ti cattura in negozio per la sua bellezza come oggetto, e che poi purtroppo si rivela molto fumoso a livello di qualità. Forse, nonostante tutto l’impegno accademico, la scrittura della Pulley è ancora troppo acerba. Riprovaci, Natasha!

2 thoughts on “Calamite in libreria: la mia recensione di L’orologiaio di Filigree Street

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *