Capolavoro The Post: il mio (ennesimo) inno alla cultura a stelle e strisce

Non ricordo bene quando, ma qualche mese fa, uscendo dal cinema, ho notato la locandina di The Post che pubblicizzava il film in uscita di lì a qualche mese. Non avevo idea di quale fosse la trama, ma mi è bastato leggere il nome di Tom Hanks in cartellone per decidere che sarei andata a vederlo. E incredibilmente, è andata proprio così, e perfino nel giorno della sua uscita! Questo 2018 parte proprio nel modo giusto.

The Post racconta l’ascesa del Washington Post, da giornale locale a testata nazionale e di grande importanza. Il motivo? La scelta di pubblicare pezzi inerenti ai Washington papers, documenti sottratti illegalmente al governo statunitense, che svelano all’opinione pubblica anni di menzogne, in particolare riguardo all’ancora in corso guerra in Vietnam. La proprietaria del quotidiano, Kay Graham, deve districarsi tra le sue potenti amicizie e la tradizione giornalistica familiare, oltre che con il suo direttore, Ben Bradlee, ben deciso a pubblicare le informazioni in suo possesso e a sfidare la pazienza del presidente Nixon.

Immaginate il mio piacere quando, dopo aver scoperto che avrei avuto Tom Hanks come attore protagonista e John Williams come autore della colonna sonora, il film che mi apprestavo a vedere aveva come tema il giornalismo. E’ un filmone? Non proprio, anche se porta sul grande schermo fatti reali, una storia di libertà e di coraggio, di sostanza, qualcosa che, a mio parere, non sarebbe potuto accadere da nessun’altra parte del mondo se non negli Stati Uniti. E’ quello che mi viene in mente quando parlo delle mie esperienze, quel certo non-so-che che ti fa capire che sì, forse è una follia, ma certe azioni sono necessarie. E tutto assume un sapore diverso quando queste azioni non coinvolgono solo te ma anche le persone che ti stanno intorno, l’opinione pubblica, tutti.

Tom Hanks perfetto come sempre (ma io sono di parte), Meryl Streep quasi irriconoscibile in un ruolo così timoroso, così indeciso, lei che siamo sempre abituati a vederla come donna forte e decisa. Mi è piaciuto tanto anche il personaggio del reporter Ben Bagdikian, un giornalista vero, di quelli duri e puri, un po’ stanchi e con la barba lunga ma sempre pronti a lavorare e a buttarsi con un po’ di incoscienza. Rinomino il mio amato John Williams, autore delle musiche, perché le sue composizioni sono state ancora una volta azzeccatissime, e se lo conoscete almeno un po’ ritroverete il suo inconfondibile stile. Alla regia troviamo invece Steven Spielberg: per me la combo sarebbe stata perfetta se a dirigere ci fosse stato Ron Howard, ma pensandoci bene questo non è un film nelle sue corde. Spielberg è un classico, una garanzia di successo quando si devono raccontare storie vere o comunque ispirate a fatti reali (Salvate Il Soldato Ryan è un altro esempio di come il trio Spielberg-Hanks-Williams funzioni benissimo insieme).

E quindi il mio consiglio è: correte al cinema e immergetevi nella Washington del 1971. Dove il New York Times è ancora l’unico e il solo quotidiano d’America, dove i praticanti giornalisti esistono e possono fare qualcosa di utile, dove le ville dei ricchi e potenti si animano di feste lussuose. E dove Nixon si nasconde a urlare ordini stizziti al telefono, giusto in tempo per prepararsi allo scandalo Watergate.

Dai libri ai social network: nuova vita alla poesia

In queste settimane di reclusione forzata a causa della sessione d’esami invernale sono state ben poche le pagine di libri lette per esclusivo piacere: la rilettura dell’intera saga di Harry Potter è ormai appuntamento consueto nel periodo natalizio, e purtroppo ho dovuto fermarmi qui. Ho scoperto sui social network, però, qualcosa di interessante che ha portato un po’ di poesia (è proprio il caso di dirlo) nella mia vita di studentessa senza romanzi.

Da un po’ di tempo infatti ho iniziato a seguire e apprezzare su Instagram alcuni profili dedicati esclusivamente alla poesia: si tratta di versi semplici, un po’ malinconici, e che tuttavia sono riusciti a conquistarmi. In principio c’è stato il Movimento per l’Emancipazione della Poesia (di cui anche il mio amico Ivan ha parlato, qui): un’invasione silenziosa di fogli sui muri di diverse città italiane, tutti uniti da un unico filo conduttore. Ogni pezzo di carta infatti porta con sé una poesia, e il fatto stesso che sia su carta, all’aperto, ne evidenzia la labilità, alla mercé di nonnette in preda a raptus di pulizia o dei più banali eventi atmosferici. Vicino alla mia università era comparsa una poesia targata #MEP, ma purtroppo il tempo ha fatto il suo corso e non è più leggibile: io comunque continuo ad aguzzare lo sguardo e a cercarne altre per Milano!

Dopo il #MEP sono arrivati altri poeti a popolare la mia home su Instagram: i miei preferiti sono due abbastanza diversi tra loro, ma che apprezzo con eguale piacere. Il primo è Diapostrofo, autore bergamasco che ha già all’attivo una pubblicazione e che condivide le fotografie delle sue brevi liriche. Come fa? Con inchiostro e timbri stampa le sue parole su fogli di carta, in uno stile pungente ma adorabile.

Poeta Sconfitto, invece, racconta una storia più malinconica, più pregna di sofferenza amorosa, come ogni poeta che si rispetti. Le sue parole sono impresse bianco su nero, quasi a rappresentare un puntino di luce nell’oscurità di un cuore ammalato, una piccola luca che può arrivare solo dal sollievo della scrittura. Nonostante l’apparente negatività a me piace molto, e salvo spesso i suoi post per non perdermeli!

Fino alla fine del liceo mi sono sempre interessata poco di poesia, ritenendola troppo distante da me e dal mio modo di essere, troppo complessa per essere capita e forse pure un po’ noiosa. Probabilmente mi ero sempre approcciata agli autori sbagliati, a chi non racconta nulla che io possa comprendere, o forse, semplicemente, le proposte che ho ricevuto erano mediocri. Oltre a questo nuovo modo di fruizione lirica, tanti nuovi libri di poesia sono entrati nei miei scaffali: tra i più famosi c’è sicuramente il lavoro di Rupi Kaur, poetessa che si è fatta conoscere proprio grazie ad Instagram e ha poi pubblicato un libro cartaceo. Un altro segno che basta poco per raccontare una buona storia.

Gli Ultimi Jedi e il declino di Star Wars

Ho fatto passare più di 48 ore, per far depositare bene il film appena visto, per riflettere su tutto l’intreccio e la fotografia e gli effetti speciali e la colonna sonora. Ma purtroppo per Rian Johnson e George Lucas, per me Gli Ultimi Jedi è un no. Speravo in qualcosa meglio dopo l’amaro in bocca di Il Risveglio della Forza, ma questa nuova trilogia targata Star Wars si sta muovendo sempre più nel senso di una fumosa delusione.

La pellicola riparte esattamente dove si è fermato l’episodio VII: Rey ha rintracciato Luke su un’isola sperduta, e dopo una lunga insistenza riesce a sollecitare una sua reazione alla ribellione e a farsi impartire una minima istruzione dei princìpi Jedi. Intanto i ribelli sono messi alle strette dal Primo Ordine, e mentre Poe Dameron si impegna per creare un diversivo, Finn e l’operaia Rose cercano un maestro di codici per disattivare il tracciatore che permette alla flotta nemica di individuare la ribellione anche nell’iperspazio. La battaglia si sposta poi su un vicino pianeta di sale, da cui i ribelli riescono a fuggire solo grazie al tempestivo intervento dell’ologramma di Luke Skywalker. Rey, nel frattempo, ha scoperto di avere un legame telepatico con Kylo Ren, che entrambi sfruttano per cercare di convertire l’altro.

Primo difetto di Gli Ultimi Jedi: non sono neanche riuscita a riassumere in modo chiaro la trama. Per me questo è già sintomo che la storia si stia trasformando in un poutpourri di elementi accostati l’uno all’altro, che a un tratto sono mescolati insieme, sì con un minimo di logica, ma comunque in modo abbastanza macchinoso e difficile da seguire. In questo ottavo episodio della saga si introducono personaggi minori che sono anche ben costruiti, ma di cui non si comprende l’utilità: Rose, ad esempio, la giovane operaia che accompagna Finn in missione. Ancora non mi è chiaro se la rivedremo, quale sia il suo rapporto con gli altri personaggi, se riuscirà a ritagliarsi uno spazio adeguato. Altro punto per me negativo, da profana del cinema quale sono, è la sezione effetti speciali: tutto troppo costruito, e la scena peggiore è senza dubbio quella in cui Leia riprende conoscenza nello spazio e usa la Forza per tornare a bordo dell’astronave.

Insomma, se Rogue One mi aveva conquistata nel profondo, Gli Ultimi Jedi è stato abbastanza deludente. Ancora una volta mi è sembrato l’esercizio di stile mal riuscito di un vecchio fan della saga, che ha avuto l’opportunità di giocare con un prodotto eccellente, non dimostrandosi però all’altezza della trilogia originale. Chiari segni di questo sono, per me, gli ennesimi richiami proprio agli episodi IV e V: l’apice si tocca con l’incontro tra Luke e R2-D2, che gli ripropone il messaggio d’aiuto per Obi-Wan Kenobi registrato da Leia più di trent’anni prima. Qual è lo scopo? Sottolineare il legame tra i film? Veramente impossibile notarlo, dato che si tratta di una saga. Ovviamente sarò al cinema anche per il prossimo episodio, sperando che molti misteri siano chiariti: tra tutti, io ancora non ho capito chi sia Snoke, come sia finito lì, e la sua morte veloce mi ha proprio insoddisfatto. Penso che però sia meglio puntare su storie che spieghino punti ancora oscuri della trama, come è stato appunto per Rogue One. Meglio qualche approfondimento di vicende e personaggi che l’ennesimo film celebrativo dei fasti del passato.

Hai detto Canto di Natale?

Non penso che ci sia un solo essere umano sul pianeta che non abbia mai sentito parlare del Canto di Natale di Dickens. Declinato in un milione di versioni diverse, ha un potere davvero speciale: non annoia mai, e anche se la storia ormai la conosciamo a memoria, guardarlo è sempre un piacere, una tradizione da portare avanti. E ben vengano tutti i nuovi adattamenti!

Il buon Dickens pubblicò il suo racconto nel 1843, mantenendosi fedele alla sua tradizionale critica sociale e al suo porre in evidenza le condizioni dei più poveri: il protagonista, Ebenezer Scrooge, è un ricco e avaro finanziere londinese, che durante la notte di Natale riceve la visita di tre spiriti, che lo ammoniranno sulle sue azioni passate e presenti, tanto da sconvolgergli l’esistenza e farlo cambiare in meglio, sciogliendo il suo cuore di ghiaccio e riportandolo al calore della vita e degli affetti.

Vergognosa confessione: non ho mai letto il racconto originale, soprattutto perché già paga e avvezza alla storia grazie alla visione compulsiva del Canto di Natale di Topolino, credo tra le videocassette più consumate in casa mia. L’adattamento Disney è secondo me tra i migliori, con i personaggi modellati esattamente su quelli classici: sarà un caso che il nome originale di zio Paperone è proprio Scrooge? Il suo creatore, Carl Barks, gli ha dato vita nel 1947 ispirandosi dichiaratamente all’avaro protagonista dickensiano, con poche differenze: lo Scrooge disneyano non ha mai una vera epifania, che gli cambia permanentemente la vita, semplicemente dietro la faccia di severo affarista nasconde un cuore di panna.

Altro adattamento cinematografico che ho apprezzato è A Christmas Carol, datato 2009, in cui Jim Carrey, grazie alla tecnica della motion capture, interpreta il protagonista Scrooge e i tre spiriti del Natale. Questa versione riprende in modo davvero fedele la tradizione letteraria, e si percepiscono molto di più atmosfere gotiche e a tratti inquietanti, che sottolineano con forza la transizione di Scrooge dal buio del passato alla luce della festa (e del suo futuro!). E’ uscito da poco, infine, Dickens – L’uomo che inventò il Natale, film biografico sullo scrittore inglese che lo vede impegnato proprio nella stesura della sua opera. Non ho ancora avuto occasione di vederlo, ma leggendo qua e là mi sembra ovvio che sia un’ennesima versione del Canto di Natale, con tanto di spiriti e personaggi letterari, che si fondono con i reali protagonisti della vicenda.

Nonostante le sue caratteristiche di storia già sentita e già vista, a me continua a piacere, e credo che continuerò a vedere la versione Disney ogni vigilia di Natale, anche se ho 23 anni e conosco dialoghi e canzoni a memoria. Mi piace il fatto che si vada a cercare l’uomo più sgangherato di tutti, quello dalla facciata più meschina, e gli si faccia vedere dove sta sbagliando, senza cattiveria, ma solo per ricordargli che si è sempre in tempo per un cambio di strada, specie se radicale, c’è sempre tempo per ripartire dal principio e mettere un po’ più di cuore nella propria vita.

Nel Bianco con Ken Follett

Stavo cercando di risparmiare qualche soldino in vista delle feste, poi mi è capitato sotto il naso qualcuno che parlava di un romanzo. Anzi un thriller, di quelli che ultimamente sto leggendo sempre più spesso, e per di più un thriller ambientato sotto la neve, in Scozia, durante il periodo natalizio. E così, questo romanzo di Ken Follett è magicamente scivolato nel mio carrello di Amazon e, ovviamente, una volta arrivato l’ho letto tutto d’un fiato.

Nel bianco è per l’appunto ambientato in Scozia, in una zona non ben precisata ma non molto lontana da Glasgow. Toni Gallo è la responsabile della sicurezza di un importante centro di ricerche mediche, che al suo interno vanta un laboratorio, teatro di elaborazione di nuove cure a virus più o meno letali. Dopo una vita passata in polizia e una cocente delusione d’amore, Toni dà il meglio di sé nel suo nuovo lavoro, anche per compiacere il suo nuovo capo, per cui prova un sentimento molto forte. Purtroppo per lei, sotto Natale un operaio ruba una cavia da laboratorio e finisce per morire, infettato da un potente virus; poco tempo dopo, alcuni ladri rubano l’intera scorta di virus contenuta nel laboratorio, minacciando una grave epidemia. Tra i cumuli di neve e la famiglia del magnate farmacologico, Toni non passerà certo un felice Natale..

Non leggevo un libro di Ken Follett dal liceo, quando, sotto consiglio della mia amica Alice, ho divorato I Pilastri della Terra e Mondo senza fine, due romanzi storici massicci e coinvolgenti. Di questi due tomi ricordavo l’intreccio di vicende e una moltitudine di personaggi apparentemente distanti, che finiscono però per interagire tra di loro: quando ho iniziato Nel bianco, proprio nelle prime pagine tutto questo mi sembrava assente, quindi ho creduto che, visto il cambio di genere, avrei letto un Follett diverso. Niente di più sbagliato: tempo qualche capitolo e la solita scrittura è tornata a farsi strada: descrizioni minuziose, personaggi di ogni tipo, dai vecchi ai giovanissimi, ciascuno indagato in ogni sua sfaccettatura. Per me è stato un apprezzato ritorno al passato!

La vicenda è scorrevole e non particolarmente complicata: la sequenza delle azioni è davvero coinvolgente pur nella sua semplicità e chiarezza, non c’è alcun mistero da risolvere, solo una situazione difficile da affrontare, che capitolo dopo capitolo si complica sempre di più. Nel crescendo di tensione mi è stato davvero difficile lasciare da parte la lettura e dedicarmi a studio e lavoro, tant’è che, se non fosse stato per gli impegni, probabilmente avrei terminato il romanzo in un pomeriggio, e non in tre giorni come invece è successo. L’unica nota negativa è il finale: mi è sembrato affrettato, risolto in poche pagine, e anche abbastanza banale. Avrei preferito esplorare di più il futuro dei protagonisti, e non vederlo ridotto a una breve facciata descrittiva e abbastanza asettica. Per fare questo, però, sarebbe dovuto diventare un romanzo molto più lungo, e non credo fosse l’intento dell’autore.